[Marino Magliani,Quella notte a Dolcedo,
Milano, Longanesi Editore, "Biblioteca di Narratori",
2008, pag. 7 - 10]
Primavera 1944, Oneglia
Seduto al tavolo ingombro di libri e di antiche mappe, il capitano Thomas Garser spiegò il foglietto, lasciandolo aperto davanti a sé. Poi si alzò e si diresse verso la finestra, lo sguardo basso perché arrivava troppa luce.
I soldati in cortile risalivano sul camion. Erano tornati dall’entroterra poche ore prima. Forse c’era stata un’altra segnalazione, un colpo di mano, era così ogni giorno, negli ultimi mesi: il nemico aveva ripreso coraggio.
Hans Lotle fece bene attenzione al rumore della carraia, ma non capì se era uscito solo un camion, dal piano della fureria i rumori e le luci gli erano estranei. Tutte le cose di questa guerra sapeva intuirle solo dalla compagnia, dalla mensa, dal cortile, dalla fureria no.
Il giorno, oltre le mura della caserma Crespi, e il mare, a un centinaio di metri, incendiavano le finestre come quando gli toccavano le guardie nell’armeria del porto e all’alba era costretto a chiudere gli occhi. Il capitano a quella luce non era più abituato. «Ti hanno di nuovo interrogato?»
«Riguardo allo scavo?» chiese Lotle.
Il capitano annuì. Si tolse il berretto con la visiera scoprendo una sottile striscia di fronte chiara. La capigliatura era dura e cortissima, incolore.
«Non più», rispose Lotle.
«Lo faranno ancora, a guerra finita, le cose vengono fuori, prima o poi. Ti chiederanno anche del foglietto, di ciò che è successo quattro giorni fa, puoi dire tutto», disse, poi tornò a sedere.
«Lo farò, capitano. Racconterò ogni cosa.»
Quattro giorni prima avevano risalito la valle sui camion. Era la prima azione dopo l’imboscata dello scavo. Erano entrati nelle case di Sorba e avevano circondato il forno dei Droneri, ma non avevano trovato nessuno. Allora avevano rastrellato l’intero paese. Trenta uomini che setacciavano stalle e case. Le corse su per le scalinate, tra i vicoli, trenta soldati che saltavano, gridavano.
Una mitragliatrice, su ordine del capitano, sventagliava le vigne in faccia. Qualche civile aveva tentato la fuga.
Se riandava a quella sera, Hans Lotle ricordava di aver sofferto il caldo. D’un tratto era cominciata la primavera e aveva sudato molto correndo. Non era la stessa guerra col caldo. Era stato mandato in Liguria durante l’autunno, e il freddo aveva tardato pochi giorni. Il soffoco umido era una cosa a cui non era abituato, come alla luce della fureria. Il foglietto glielo aveva messo in mano, nel buio, uno di quelli fatti uscire dalle case e ammucchiati sul ponte in attesa di essere portati via.
Hans Lotle non aveva fatto in tempo neanche a capire chi fosse. In strada aveva consegnato il pezzo di carta al capitano Garser. Gli ostaggi erano stati rimandati alle case, e l’ordine del capitano era stato di risalire la mulattiera per Dolcedo. Giunti alle vigne, il caporale Wolkert aveva notato un movimento e aperto il fuoco. I colpi di risposta dall’alto, tra gli ulivi, non si erano fatti attendere. Erano come un invito. Dove stavano tentando di dirigerli? Era una trappola? Il capitano aveva temuto e aveva fermato gli uomini.
Lotle ripensò fino a quel punto. Il capitano chiese: «Sapresti riconoscerla?» «No.» Il sangue riprese a scavargli dentro, il sangue e la carne appiccicata alle pietre gli riempirono la sua di carne. Il caldo non era mai più finito.
Gli spari li avevano portati al pozzo, erano stati il messaggio del foglietto e gli spari a condurli là dentro.
Quando tutto era finito erano scesi dalle terrazze. Faceva notte da un pezzo, Hans era l’ultimo della colonna, lo sguardo s’era infilato nel folto di un rovo e l’aveva vista per caso. Gli occhi della bambina spiavano il loro passaggio dal folto dei rovi, non s’erano mossi, impauriti. Doveva appartenere alla famiglia dei Droneri, o essere stata con loro, forse l’aveva nascosta Droneri padre. Qualcuno li aveva voluti morti… Ma lei doveva salvarsi. Così Hans aveva deciso in un attimo e non l’aveva tradita. Sceso qualche gradino di mulattiera era tornato su di corsa… Un movimento che aveva messo in allarme i compagni, li aveva sentiti appostarsi e gridare. Non era niente, aveva assicurato. Per un paio di giorni s’era tenuto dentro anche quegli occhi, ma adesso aveva chiesto di essere ricevuto dal capitano e gli aveva raccontato tutto.
«Avevi appena ucciso… si inventano delle cose vive per non rivederle morte, la mente ne ha bisogno…»
Hans Lotle l’aveva interrotto, come mai era successo. «Era lì, capitano, sono tornato su apposta a controllare di nuovo, esisteva davvero…»
«Non era ancora proprio notte, forse allora sapresti riconoscerla.»
«Era notte, capitano.»
«Non mi posso più fidare di te, Lotle, perché non l’hai detto subito?»
Dalla carraia uscì un altro camion, poi ne rientrarono altri. Il capitano prese il foglietto, lo spiegò meglio, fece qualche passo lentamente verso la finestra. Rilesse nella mente l’ultima frase:
Loro sono li e no escono dal paese ci portano da mangiare.
Poi a voce alta. Il fiato giunse ai vetri
«L’ha scritto un pezzente, senza istruzione, ci sono almeno un paio di errori.»
Aveva studiato lingue a Stoccarda e lavorato all’istituto di storiografia di Roma, prima della guerra, questo almeno sapeva Hans Lotle.
«Perché era lì nei rovi quella bambina, capitano? Era una della famiglia, il padre aveva capito che salivamo a cercarli, aveva deciso di lasciare il nascondiglio? Dopo di lei avrebbe fatto uscire anche i bambini e la moglie, era solo questione di tempo… » I suoi occhi dicevano che avevano capito tutto, ma non sapevano nulla.
Per la prima volta, come se avesse accettato di esserne complice, credeva di avere il diritto di sapere.
«La morte dei Droneri, capitano, ha a che fare con lo scavo di un mese fa?» Diresse lo sguardo sulle cartine topografiche che il capitano non si era preoccupato di chiudere e nascondere. «No, è solo qualcuno in paese che ha voluto che sapessimo dov’erano nascosti i Droneri. Niente di questa guerra ha a che fare con la ricerca, niente. Niente ha a che fare con lo scavo di Locus Bormani, soldato Lotle… Puoi andare.» Hans Lotle salutò battendo i tacchi, stava aprendo la porta, quando la mano si bloccò sulla maniglia.
Alle sue spalle il capitano pronunciò strane parole: «Sadrach, Mesach, Abdenego… servi del Dio altissimo, uscite, venite fuori… Allora Sadrach, Mesah e Abdenego uscirono dal fuoco… Neanche tutto ciò, Lotle, ha a che fare con lo scavo, mi perdonerai se finisco sempre per confonderti…»
Hans Lotle attese l’ordine e la mano abbassò la maniglia.[...]
Ringraziamo Marino Magliani e l’editore Longanesi per aver concesso di pubblicare questo estratto dal suo ultimo romanzo appena pubblicato.
Intervista a Marino Magliani.
Quando hai cominciato a scrivere questa storia?
Alla fine degli anni 80. Quella del veterano tedesco che torna in Liguria è sicuramente uno dei primi personaggi che ho incontrato camminando sulla spiaggia di IJmuiden, dove vivo da vent’anni ormai.
Inizialmente era un cittadino della Germania Ovest, ma poi mi sono reso conto che non reggeva. Un cittadino libero di lasciare la sua terra, com’era uno della Germania Ovest, non avrebbe mai aspettato più di 40 anni prima di tornare sul campo di battaglia a cercare di capire, di spartire una colpa.
Così un giorno, sulla spiaggia di IJmuiden, al fondo - si tratta di una spiaggia lunga chilometri - incontrai un vecchio. Mi aspettava, disse, era il personaggio Hans Lotle. Aveva fatto anch’egli la guerra in Liguria, ma era di Berlino Est, per questo durante tutto questo tempo non era potuto tornare.
Se fosse stata una grande colpa di cui liberarsi, il bisogno di indagine non avrebbe portato il veterano Lotle a tentare lo stesso di scappare da Berlino per tornare in Liguria?
Certamente, l’avrebbe fatto, ma avrebbe lasciato sua madre di là e qui c’è un torrente che scorre sotterraneo accanto all’indagine, un corso alimentato dal rapporto con sua madre, che giustifica il fatto per cui non sia mai potuto tornare se non quando sua madre éè morta.
Sono d’accordo con te. Cosa cerca, e cosa trova Hans Lotle dopo 40 anni, anche se capisco che alla seconda domanda non puoi rispondere.
Cerca i colpevoli di una strage, lui è stato solo il braccio armato. Questa è una storia che narra una gerarchia di colpe. Ma non si getterà subito sulla verità come si fa su una preda. La preda è lui, e lui rimanda, comincia indagando il paesaggio, questa senz’altro sarà un’indagine che concluderà, sul resto i dubbi crescono, sono ingoiati dai rovi.
I rovi sono il mondo di questa storia, i rovi che invadono, come gli invasori tedeschi, questa al di là delle indagini è una storia di invasioni.
Sì, hai perfettamente ragione, di invasioni. La guerra invade un uomo che da soldato invade una terra, e quando torna scopre che i rovi hanno conquistato quella terra, ma non sono i rovi a prevalere, altre piante come la vitalba riescono a soffocare persino i rovi. Ma questo riguarda gli umani e la vegetazione, poi nessun’altra invasione è possibile, c’è una Liguria troppo minerale, troppo distante da quella viva per essere invasa. È invasa una forma vivente, una forma minerale no, accoglie indifferente, e attende il suo crollo, come la cattedrale di muri che non riesce più a contenere nessuna frana.
È un mondo di luce e di bellezza che distrae un veterano, prima di abbassargli il collo sulla pietra.

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Marino Magliani,Quella notte a Dolcedo « Il mestiere di leggere // Maggio 5, 2008 a 10:25 pm
[...] a Marino Magliani per Il nostro blog “Caffe della conoscenza rende liberi “, rilasciata ad Andrea [...]
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