EXILIO

Marzo 22, 2008

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TEATRO JULIO CORTAZAR

24 marzo 2008

ore 21

 

24 marzo 1976 – 24 marzo 2008

a 32 anni dal colpo militare in Argentina

 

Cora Herrendorf

presenta

E X I L I O

 

Una attrice racconta.

E` la storia della sua vita, vita in cui scelte e vicende personali si fondono indissolubilmente alla propria esperienza artistica e al destino, troppo spesso tragico, di una intera generazione.

La storia personale si fa Storia, in un percorso in cui si affacciano vicende meravigliose e terribili della seconda metà del novecento.

Dall’Argentina alle pianure del nord est italiano, un viaggio che si trasforma in un esilio amaro e al contempo fecondo.

L’attrice sfoglia pagine di un diario da cui riemergono le radici ebraiche, le parole incandescenti di Artaud, gli insegnamenti di Stanislavskij, le canzoni che hanno scandito la vita, l’utopia e il genocidio di una generazione in rivolta, il lascito di uomini come Franco Basaglia e Antonio Slavich, il lucido grido delle Madri argentine di Piazza di Maggio, le esperienze di lavoro nei manicomi e con i ragazzi posseduti dalla droga e dalla malattia.

La storia di una giovane attrice argentina che, divenuta Maestra e Regista di Teatro nei lunghi anni dell’esilio, dischiude sulla scena lo scrigno della memoria per portare in dono la sua eredità etica e artistica.

 

TEATRO JULIO CORTAZAR

via Ricostruzione 40 Pontelagoscuro (FE)

tel 0532 464091 e mail info@teatronucleo.org

www.teatronucleo.org

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IL PAGLIACCIO DEGLI SCHIAFFI
Meditazioni blasfeme dalle liriche di Leòn Felipe
Una creazione di Antonio Tassinari
Collaborazione alla messa in scena: Cora Herrendorf
in scena: Antonio Tassinari

Fotografie: Marco Nirmal Caselli

Posseduto dalle visioni sorprendentemente attuali di León Felipe, il grande poeta spagnolo morto in Messico nel 1968 dopo trentanni d’esilio, un pagliaccio scisso e in crisi abdica al suo dovere di buffone e chiede la parola …

” … sono il pazzo della pista, il pazzo perso della pista, ho due ferite purulente nelle cervella …
E cosa può fare l’Uomo se non impazzire?
Può fare altro? C’è un’altra uscita?

Se almeno gli fossero scoppiate le orecchie e non potesse sentire fino a dove sparano i cannoni … gli si fossero svuotati gli occhi e non potesse dire chi è il vero assassino della giustizia ..”
un clown dal ciuffo biondo e dal naso rosso, che si paventa per il cadere della sua stessa valigia e misura lo spazio a grandi passi, ad assicurarsi di star facendo proprio in modo preciso quello che aveva deciso di fare. E’ un po’ timido, anche se è uomo di spettacolo, abituato alla pista. Gli si vuol bene da subito, gli si dà fiducia,perché lui è il pagliaccio, l’addetto al buon umore.Però molto presto si scopre che tutto quel pagliaccio sta nella grandezza di un naso.

Basta tenderne un po’ l’elastico perché quell’altro possa uscire, il capo, il clown inquietante e severo che ha la stessa lucidità di sguardo del suo amico, ma con tutt’altra consapevolezza: è il Bianco.

Di solito alla verità si avvicinano i bambini,sfrontatamente ingenui, oppure chi ha fatto esperienza della crudezza della vita, e non si sa per certo dove possa arrivare. Durante tutto il monologo ho vissuto nel terrore dell’incontro tra questi due clown. Uno col suo elegante cilindro chiaro, l’altro con il rosso nasone di plastica. In alcuni momenti si sono incontrati, l’uno ha dato uno sguardo all’altro sotto il bianco cappello, una visione improvvisa che è come una piccola scossa, perché quella persona non è una ma sono due, sono tre… Senza naso e senza cilindro ne compare ancora un’altra, testimone che senza trucco e senza inganno ha ascoltato il mondo e le verità che solo sul limite tra reale e irreale, tra sonno e veglia, tra follia e lucidità si può udire e, sotto voce, urlare. Il tempo, durante lo spettacolo, si srotola. Il cerone del volto si scioglie, i vestiti si usurano, le mani si sporcano. L’attore beve, mangia, trema… si trasforma, quando esce è diverso da quando è arrivato. Usa la terra, usa il fuoco, usa l’aria, la gravità; e quando decide di andarsene, salutando con un lieve “ciao”, vorresti tirarlo per la giacca e chiedergli se resta, per far parlare ancora León Felipe con le sue poesie, non ancora tradotte in Italia, così sorprendentemente attuali e adatte a darci parole per descrivere la vita.

Cristina Fiore

…tre personaggi si materializzano davanti agli occhi dello spettatore, alternandosi come in un gioco di specchi. Il clown dona i suoi occhi, visualizza davanti a sé il mondo e lo rende visibile allo spettatore, lo comunica con le parole del poeta León Felipe. Occhi impauriti, disillusi, lucidamente crudeli… Il clown grida a pieni polmoni il suo terrore…Arriva dritto al cuore e allo stomaco. Nasce l’emozione diretta e senza filtri. La realtà si fa metafora. Il teatro diventa un mezzo di presa di coscienza. Uno strumento di conoscenza…Si passa rapidamente dal riso alla smorfia di dolore.
Si trattiene il fiato per tutto lo spettacolo. Il corpo intero dello spettatore partecipa attivamente alla performance dell’attore. Ne ripercorre il tragitto emotivo, fisico e mentale. L’attore lascia la sala come se fosse esplosa una bomba, lo spazio scenico si è trasformato, si è riempito di oggetti. Lo spazio mentale dello spettatore si è modificato allo stesso modo. Un’esplosione dentro la testa, è stato soggetto a un bombardamento emotivo… Alchimia tra uomo e uomo. Passaggio e scambio di energia.
Bomba che mira direttamente al cuore, per poi passare alla mente, allo stomaco, che si è stretto nel dolore insieme a quello del pagliaccio quando, attraverso la poesia di León Felipe, si è trovato con gli occhi aperti sul mondo. Un impatto devastante per lo spettatore che attraverso lo sguardo prima confuso del pagliaccio, poi lucidamente crudele del clown Bianco e tristemente analitico dell’Attore, si scopre osservatore cieco del mondo… Il pagliaccio balbetta. È solo sotto al riflettore. Come l’attore di fronte al suo pubblico, come l’uomo di fronte al mondo è denudato e vulnerabile. Qui risiede la sua forza.

Manuela Rossetti (da “Un Pagliaccio alchimista di emozioni)